Questo sono io e lascio la mia impronta nel mondo

jael kopciowski

Viviamo in una società caratterizzata dal “controllo a distanza”. Molte delle cose che utilizziamo nel corso della nostra vita, come televisione, computer, cellulare, sono parte integrante della nostra routine anche se non siamo in grado di comprenderne il funzionamento. I bambini crescono accettando passivamente un mondo che non capiscono e non si pongono quesiti che permetterebbero loro di aumentare consapevolezza e competenza.

I genitori, spesso, hanno pochissimo tempo da dedicare alla vita famigliare e lasciano che i propri figli trascorrano passivamente ore davanti alla televisione[1] o al computer, senza fornir loro nessuna mediazione, né specifica (focalizzazione dell’attenzione, spiegazioni, individuazione di collegamenti tra ciò che viene percepito ed altre situazioni non percettivamente presenti, ma reperibili nel bagaglio personale) né, tanto meno, ampia e generale, attraverso un dialogo comunicativo di condivisione dell’esperienza vissuta. Nonostante una relazione dinamica tra adulto e bambino, che Feuerstein chiama Esperienza di Apprendimento Mediato, sia un’importante via che permette di prevenire l’insorgere di difficoltà d’apprendimento, tale esposizione diventa progressivamente sempre più difficili da reperire.

Un altro aspetto che riduce l’interazione dinamica è la tendenza a sovraccaricare i bambini di attività extrascolastiche che, spesso, rimangono superficiali, non contribuendo all’effettivo sviluppo cognitivo e relazionale. Spesso i bambini trascorrono molto del loro tempo affidati a persone estranee alla famiglia che non obbligatoriamente sentono il bisogno o il desiderio, oppure hanno le competenze, per interagire in modo significativo e propositivo assumendo effettivamente il ruolo di mediatore.

Oggi assistiamo ad un’epidemia virtuale di disturbi nell’apprendimento, con difficoltà determinate  da cause diverse, sia esogene (condizioni dell’ambiente) che endogene. È una realtà che il numero dei dislessici è aumentato recentemente in maniera esponenziale.  C’è ancora la tendenza, nonostante già dagli anni ’80 si sia cercato di contenerla, ad attribuire un’ampia gamma di problemi d’apprendimento (dislessia, disgrafia, discalculia, ecc.) a disordini neurologici (Michael Coles: “brain differences” e “brain disfunctions”). Senza negare la base organica che è sicuramente presente in alcuni casi, secondo Feuerstein molti dei disturbi d’apprendimento di cui i bambini soffrono, sono causati dalla mancanza di Esperienza di Apprendimento Mediato, o da una presenza non adeguata al loro bisogno di acquisire e di fissare alcune funzioni cognitive. Con una mediazione insufficiente o assente è possibile che i bambini non abbiano sviluppato abitudini adeguate a prestare la dovuta attenzione, a focalizzarsi sugli elementi essenziali, ad utilizzare le funzioni cognitive necessarie all’apprendimento, rispondendo, pertanto, in maniera episodica e impulsiva al mondo che li circonda. Ciò di cui sicuramente soffrono è uno sviluppo non sufficientemente adeguato delle funzioni cognitive. Ma questa condizione non è definitiva, vi si può porre rimedio nonostante le presunte diagnosi di tipo statico quale, per esempio, il test di intelligenza.

Possiamo evidenziare, ancora una volta, l’importanza della creazione di un canale comunicativo che tenga conto delle specifiche esigenze di ogni singola persona e delle caratteristiche del contesto in cui opera. Ogni individuo ha una propria personalità, ogni ambiente una sua struttura: è l’equilibrio tra questi due fattori la molla che permette il miglior utilizzo possibile delle risorse in gioco ed è proprio ciò che viene promosso dalla Mediazione dell’individualità e della differenziazione psicologica.

Individualità e Differenziazione Psicologica

L’individualità si ottiene quando si promuove il senso di “unicità” del soggetto, se ne incoraggia l’autonomia e l’indipendenza e si garantisce riconoscimento alla diversità tra le varie culture. Può essere paragonato all’impronta digitale che è differente per ogni persona: dare ad un’attività il proprio apporto personale, originale ed unico nel suo genere,  è come lasciare la propria impronta. Quando si diversifica l’approccio e gli obiettivi per venire incontro alle differenti abilità ed ai diversi  temperamenti degli alunni si valorizzano le caratteristiche individuali e si permette lo sviluppo della personalità, contribuendo a sostenere il naturale processo di separazione e differenziazione dalla famiglia, dai coetanei, dalle figure adulte di riferimento. Anche Maslow, presentando quella che egli definisce “la scala dei bisogni” di un essere umano, pone nei gradini più alti come mete gratificanti da raggiungere, la percezione del successo e la realizzazione di sé.

Dice il dr. Michael Merzenich, il cui team di ricerca ha sviluppato dei programmi di terapia per disabilità nell’apprendimento del linguaggio:

“Nell’immaginario collettivo esiste l’idea che l’essere lenti, goffi, ingegnosi, intelligenti, siano caratteristiche che si ereditano. La convinzione che questi siano aspetti predestinati e stabili è profondamente insita [nella mente di molti] Ma io credo che siano fondamentalmente derivati da ciò che viene insegnato al cervello e che siano passibili di modificazioni anche sostanziali  nel corso di tutta la vita.

“Ciò è importante” egli prosegue “perché è possibile utilizzare questo potenti processi per guidare il potenziamento. E’ qualche cosa che abbiamo fatto ampiamente ed abbiamo dimostrato più e più volte: possiamo ottenere sviluppi su larga scala nelle capacità di ragazzi ed adulti attraverso un appropriato ed intensivo programma di esercitazioni.

In un modo o nell’altro, la comprensione delle profonde implicazioni insite nella plasticità del cervello influenzano virtualmente ogni aspetto legato alla comprensione ed al trattamento dei problemi di apprendimento e dei disordini neurologici.

(A Learning Revolution: Dr. Michael Merzenich and 'Brain Plasticity'

Per mediare l’individualità e la  differenziazione psicologica è utile:

  • Lasciare che vengano scelte autonomamente alcune delle attività in classe
  • Incoraggiare la differenziazione nell’utilizzo del tempo libero.
  • Stimolare ad assumere la responsabilità del proprio apprendimento ed incoraggiare la formazione di un locus of control equilibrato[2].
  • Accettare risposte originali: “E’ una risposta interessante la tua, dimmi come ci sei arrivato”.
  • Incoraggiare gli alunni ad assumere il controllo e la responsabilità delle loro attività quotidiane.
  • Mettere in luce la natura eterogenea del gruppo e valorizzarla come risorsa preziosa:”Vediamo come i nostri differenti valori culturali influenzano la percezione che abbiamo di questa situazione”
  • Aiutare ognuno a percepire se stesso come persona di valore e in possesso di competenze. “Sara, hai proprio il pollice verde, sono davvero contenta che abbia deciso di occuparti delle piante durante la ricreazione”

Se siamo eccessivamente protettivi impediamo lo sviluppo dell’autonomia.

Esagerando nel concedere autonomia rischiamo di creare un senso di insicurezza emotiva, dando al bambino la sensazione di abbandono.

La mediazione dell’individualità e della differenziazione, che promuove l’autonomia e l’indipendenza, e la mediazione della condivisione, che incoraggia la cooperazione e l’interazione, si bilanciano a vicenda. Rendere i soggetti consapevoli del diritto ad essere diversi, ad avere punti di vista personali e proprie inclinazioni e desideri, nel rispetto del diritto altrui, è la condizione essenziale per favorire il processo di individualizzazione e di inserimento attivo nel gruppo. Consideriamo il punto di vista del bambino, facciamogli capire gli effetti delle sue azioni e sviluppiamo il suo senso di responsabilità. Un’articolata visione di sé in relazione agli altri tramite un processo che vede come ricchezza l’esistenza di differenze tra gli individui porta, in caso di bisogni in conflitto tra loro, ad individuare criteri di scelta che permettano di prendere decisioni.

Chi è che si chiude a riccio o risponde con aggressività alle sollecitazioni esterne? Chi si sente fragile e vulnerabile. Il primo passo per facilitare la socializzazione sta proprio nel rinforzare il proprio Sé.

Più di qualunque altro criterio della mediazione, l’individualizzazione e differenziazione psicologica dipende dai valori culturali della società di appartenenza.


Con la definizione “locus of control” si intende il “luogo” (locus) in cui si individua la causa di  quanto ci accade: un locus of control interno porta a ritenere che il controllo degli avvenimenti sia personale, assumendo su di sé la responsabilità di ciò che avviene. Un locus of control esterno vede nell’ambiente la causa prima di ciò che succede. Con l’evolversi del pensiero ed il potenziamento dell’autoriflessione, aumenta la capacità dell’individuo di porsi nella giusta prospettiva interrogandosi sull’adeguatezza delle proprie azioni rispetto al contesto e sulla possibilità di intervento per migliorarle. Il “Locus of control è legato allo stile d’attribuzione che rappresenta il modo (rigido o flessibile, globale o analitico) che viene utilizzato per attribuire le cause agli eventi, ed influenza il pensiero, il comportamento e la percezione di noi stessi. Le attribuzioni svolgono un ruolo preminente nel modo in cui un bambino valuta il proprio concetto di sé.

Un’attribuzione esterna è “comoda” perché trasferisce al di fuori del proprio sé la causa degli eventi, ma non si limita a negare la responsabilità personale: priva l’individuo della possibilità di gestire in prima persona la propria vita. Un’attribuzione esclusivamente interna porta a sovraccaricare se stessi di pesi ed impegni che non sempre sono effettivamente propri. Lo stile d’attribuzione equilibrato è flessibile ed analitico, cioè riesce ad individuare, di volta in volta, che cosa dipende dall’ambiente e che cosa dipende da noi stessi, permettendo il controllo della propria vita senza creare un super-io troppo esigente.


[1] Da una ricerca svolta alcuni anni fa, in una scuola elementare, su un centinaio di bambini tra la terza e la quinta è risultato che, potendo scegliere tra varie attività loro proposte, l’80% dei bambini pone la televisione agli ultimi posti prediligendo attività che permettano uno scambio significativo con adulti di riferimento e/o con coetanei.

[2] vedi la spiegazione di locus of control nel riquadro