“Ce l’ho fatta!!!” Ovvero l’energia che traiamo dalla sensazione di successo

La sfera emotiva è la parte di noi che dà colore alla vita. Le emozioni sono come lenti di una macchina fotografica, ogni lente ci mostra una particolare tonalità del mondo, facendo da filtro tra noi e l’ambiente, creando il vissuto.

La capacità affettiva non è innata e la sua acquisizione deve essere agevolata dall’ambiente in cui il soggetto è inserito. Esiste una “fascia ottimale” di esperienze concrete, in cui sono inserite sia esperienze positive che negative, che permettono l’apprendimento delle strategie utili a regolare e dominare i propri stati affettivi in modo autonomo e consapevole.

Dove esiste il rispetto per l’autonomia del bambino, egli riesce a sviluppare una consapevolezza del “sé” che lo aiuta a distinguersi dal “non sé”.

In un ambiente colorato da un’atmosfera positiva di accettazione attiva ed aiuto alla crescita, momenti di affettività negativa (tristezza, timore, rabbia) diventano il terreno sul quale imparare ad affrontare e gestire la sfera affettiva. Ciò che l’individuo riesce ad imparare attraverso esperienze personali gli consentirà di ampliare notevolmente la consapevolezza della propria capacità d’azione ed il repertorio di strumenti per gestire la propria emotività.

E’ possibile aiutare il soggetto ad elaborare gradatamente un modo per collegarsi con “l’altro”. L’altro risponde, ma non previene, aspetta un intervallo critico utile a costituire una nuova dimensione dello spazio interpersonale nel quale è possibile inviare segnali affettivi che favoriscono lo sviluppo della capacità di gestire in maniera autonoma gli affetti.

La sintonizzazione affettiva è per il bambino un trampolino di lancio verso la comprensione che anche gli altri possiedono stati interiori come li possiede lui; stati interiori che possono essere molto diversi dai suoi pur di fronte a situazioni o in contesti apparentemente simili.

Un  aspetto particolarmente importante della sfera emotiva riguarda l’immagine che uno ha di se stesso, le riflessioni che fa a proposito del proprio operato, il modo in cui accoglie successi ed insuccessi.

Dare sicurezza al soggetto in fase evolutiva è uno dei compiti più importanti in campo educativo, un’ immagine di sé negativa può essere, infatti, responsabile di un’ampia gamma di problematiche: un alto livello di insicurezza che porta a percepire la superiorità degli altri in modo tale da rendere riluttanti a cimentarsi o a perseverare nelle attività; mancanza di motivazione che porta ad evitare il compito; ansietà che conduce a lavorare con impulsività o a cristallizzarsi in un immobilismo che blocca l’azione; attuazione dei compiti in modo privo di regole organizzative.

Mediazione del senso di competenza (secondo la terminologia di Feuerstein)


La mediazione del sentimento di competenza può essere collegata alla sensazione di sentirsi “qualcuno”, quindi in dovere/diritto di agire:è come avere il proprio mondo tra le mani.

 Porta a sviluppare un buon concetto di sé che fornisce un maggior potere di autogestione: facilita il pensiero indipendente, incoraggia l’agire spinti da una buona motivazione intrinseca, contribuisce alla realizzazione dei propri obiettivi. 

L’autostima ed il senso di competenza possono essere facilmente intaccati in ambito scolastico. I sistemi educativi basati sulla competizione ed orientati al prodotto, spesso pongono maggiore attenzione agli errori che ai passi compiuti verso il successo, ciò può portare a valutarsi in base ai difetti piuttosto che in base ai propri punti forti. Questa percezione negativa conduce a formare un’immagine di sé in cui si ritiene che non si sarà mai all’altezza delle aspettative, indipendentemente dai progressi compiuti. La competenza, invece, non deve essere vista in termini assoluti come presenza (sottoforma di abilità innate) o assenza definitiva, ma come un processo: aumenta attraverso l’esperienza.  Un buon educatore aiuta il soggetto a divenire consapevole di quanto sa già e del percorso compiuto per raggiungere lo stato presente di conoscenze. Questa consapevolezza permette di utilizzare al meglio le competenze possedute e fornisce la garanzia che si è “potenti”, nel senso che si “può”: non si è né impotenti di fronte alle difficoltà, né onnipotenti. Sia il senso di impotenza che quello di onnipotenza frenano, per motivi opposti, la volontà di attivarsi, mentre ciò che fornisce l’energia per lavorare è la sensazione di avere in mano il “potere” di raggiungere una meta. E’ un aiuto sia cognitivo che relazionale: fornisce l’energia necessaria ad  esporsi, a “mettersi in gioco” ed evidenzia quali strumenti si possiedono per affrontare le difficoltà.

Aver una buona valutazione di se stessi vuol dire sicuramente conoscere le proprie capacità ed apprezzarle almeno in parte; ma vuol dire anche saper valutare i propri limiti, rendendosi conto che non tutto è facilmente raggiungibile, che la maggior parte delle cose deve essere conquistata con uno sforzo personale ed una partecipazione attiva, che è sempre possibile potenziare le capacità già possedute se ci si mette l'adeguato impegno, che chiedere aiuto quando (ma solo quando) è necessario è giusto e positivo. Un buon concetto di sé porta a vivere i possibili insuccessi in una prospettiva di accettazione positiva: l’errore non è sintomo di incapacità e promotore di frustrazione, ma “una finestra aperta sulla mente” che aiuta ad individuare quali sono i punti di criticità che vanno affrontati, permette di attuare un intervento mirato alle effettive carenze perché indica in modo chiaro a quale punto del processo il ragionamento si è inceppato.

La valutazione che uno ha di se stesso è legata alle esperienze che vive ed alle risposte che riceve dall’ambiente. Chi ha alle spalle situazioni frustranti di insuccessi ripetuti avrà un basso concetto di sé.

Per ottenere il potenziamento del senso di competenza bisogna stimolare una buona organizzazione mentale, la consapevolezza delle proprie abilità, la motivazione a tentare, la determinazione a perseverare.

Il mediatore può  mettere in pratica alcuni comportamenti utili a strutturare l’ambiente:

Selezionare stimoli accessibili: ogni persona agisce meglio all’interno di una fascia di difficoltà che Vygotski chiama “distanza prossimale”. Chi ha un sentimento di competenza alto avrà una “distanza prossimale” ampia e si sentirà in grado di affrontare attività nuove e complesse, valutando la possibilità dell’insuccesso come un rischio accettabile. Chi ha un concetto di sé modesto riterrà accessibili i compiti che padroneggia già bene, sentendosi inadeguato di fronte alle novità. La “distanza prossimale” varia da persona a persona e da situazione a situazione; tra gli obiettivi di un buon educatore c’è anche quello di ampliarla.

Ricompensare la risposta. A volte i soggetti con bassa autostima tendono ad isolarsi, evitando di partecipare alle attività. In questi casi perfino la sola presenza, anche se non ha portato ad una risposta corretta, merita di essere gratificata, per garantire la possibilità di ulteriori interventi futuri.

Creare le condizioni perché il bambino sperimenti il successo e renderne esplicite le strategie. Può succedere che un successo ottenuto venga sottovalutato o che non venga percepito il percorso seguito per ottenerlo. Evidenziare i passaggi che ne sono stati i promotori porta a padroneggiarli meglio ed a poterli, di conseguenza, apprezzare e riutilizzare in situazioni future.

Focalizzare ed esplicitare la parte completata con successo di un’attività, anche se l’attività stessa, nel suo complesso, non è corretta. Ciò è utile sia per non correre il rischio che il soggetto ritenga sbagliato anche ciò che è corretto, sia per rinforzare la sua fiducia tramite la consapevolezza di essere “sulla strada giusta”.

Ascoltare i suoi ragionamenti ponendosi, qualche volta, nella condizione di chi vuole imparare, cercando insieme le risposte, invece di essere sempre pronti a fornire soluzioni preconfezionate. Inoltre, essere pronti all’ascolto stimola l’altro ad esporre il proprio pensiero e ciò aiuta ad organizzare le riflessioni e padroneggiarle al meglio. Per farlo, infatti, è necessario chiarire a se stessi ciò che si vuol trasmettere trovando vocaboli appropriati e strutturando le frasi attraverso una sintassi chiara e comprensibile. Il linguaggio non è solo mezzo di comunicazione con l’esterno, è un rilevante strumento di pensiero.

Dare un’interpretazione dei successi e dei fallimenti per evidenziare il rapporto di causa ed effetto tra  operato e risultati ottenuti.

Non sottovalutare le difficoltà C’è la tendenza, molte volte, a presentare le attività proposte ai bambini, soprattutto se restii a partecipare, definendole facili ed accessibili, sicuramente alla loro portata. L’intento è quello di invogliarli a cimentarsi, ma la ricaduta può essere molto negativa. Che cosa penserà il soggetto che, una volta superato il timore, si mette alla prova e riesce? Che è stato in grado di portare a termine il lavoro solo perché era semplice, e la sua autostima rimarrà bassa. Ma, peggio ancora, se dopo aver fatto un grosso sforzo su se stesso partecipa e fallisce, verrà colto da una profonda depressione: nonostante fosse facile non sono stato in grado di riuscire. Meglio mettere le difficoltà in gioco a priori, evidenziare i rischi che si corrono, sottolineando la convinzione che, nonostante la fatica e la possibilità di insuccesso, si è sicuri che, prima o poi, dopo un percorso lungo e difficile (ma gratificante) si potrà condurre a termine il lavoro. In questa maniera la mente si prepara ad eventuali esiti negativi, non li considera segni di fallimento e li accetta perché parte integrante del percorso. 


Uno tra gli esperimenti di psicologia sociale più conosciuti e citati degli ultimi trent’anni è quello di Rosenthal e Jacobson (1968). I due studiosi proposero un test di intelligenza in una scuola elementare, quindi riferirono agli insegnanti che alcuni dei loro alunni erano particolarmente intelligenti e che erano delle sicure promesse per l’anno scolastico successivo, mentre i soggetti indicati erano stati scelti in modo casuale tra coloro che avevano dato risultati assolutamente nella media. Nel corso dell’anno scolastico successivo l’attività di classe venne costantemente monitorata, ma senza interferire in alcun modo con le attività didattiche, ed al termine del percorso venne nuovamente somministrato un test di intelligenza. I risultati furono molto significativi: tutti gli alunni indicati come promettenti ottennero risultati superiori alla media, distinguendosi per le maggiori capacità acquisite. Rosenthal e Jacobson erano chiaroveggenti? Chiaramente no: analizzando le interazioni tra insegnanti ed alunni emersero alcuni dati indicativi, tutti riconducibili ad un rapporto educativo che trasmetteva la fiducia nelle loro capacità d’apprendimento. Potremmo evidenziare quattro caratteristiche dell’atteggiamento tenuto dagli insegnanti:

A. crearono un clima educativo migliore, che concedeva una maggiore attenzione ed un incoraggiamento individuale positivo.

B.   assegnarono compiti più impegnativi e difficili.

C. il feedback di risposta ai lavori eseguiti fu più frequente e consistente.

D. diedero maggiori opportunità di intervento e concessero più tempo per le risposte.[1]


[1] Questo esperimento è stato citato in molti testi, tra cui “ Psicologia sociale” di  Aronson, Wilson Akert  Ed. Il Mulino