Costruiamo il futuro: un ponte tra l’oggi e il domani.

 

                                                                                                                         Jael Kopciowski

 

Nessuno ha dubbi su che cosa sia un bambino, e, tendenzialmente, si è portati a ritenere che un concetto tanto evidente abbia mantenuto lo stesso significato nella storia e nella civiltà. Invece il concetto legato all’immagine di “bambino” è una realtà che nella storia è stata letta in modi assai diversi e che ha subito modificazioni anche notevoli, seguendo l’evoluzione della società. Si potrebbe dire che ci sono tanti concetti di bambino quante sono le civiltà e le culture. Diverse impostazioni di pensiero portano, evidentemente, a diverse impostazioni educative. Però, pur nella loro diversità, molte delle visioni storiche sull’infanzia condividevano un punto di vista comune: l’idea che nei primissimi anni di vita le capacità più caratteristicamente umane (aspetti cognitivi, consapevolezza, bisogno di supporto logico e via dicendo) fossero ancora assenti e, pertanto, non si potesse impostare una relazione educativa volta a gettare le basi per il futuro. Ogni azione, ogni avvenimento, ogni intervento a favore del bambino piccolo risultava, pertanto, fine a se stesso, volto all’accudimento materiale e privo di quell’intenzionalità educativa utile a dargli un significato profondo e duraturo ed a creare i presupposti per apprendimenti futuri. Oggi, invece, sono più che riconosciute le enormi potenzialità mentali del bambino già dalle primissime ore di vita; anzi, si è riscontrato che la malleabilità del cervello umano è massima nella prima infanzia e la conseguente possibilità di apprendimento è tanto maggiore quanto prima si interviene, soprattutto nei casi di particolari esigenze educative. 

Lo sviluppo della struttura cognitiva è il prodotto di due modalità di interazione tra persona e ambiente: la prima è costituita da una diretta esposizione agli stimoli, la seconda consiste in un’esposizione guidata da un adulto che agisce con intenzionalità e crea quella relazione educativa che Feuerstein chiama “Apprendimento Mediato”. L’esposizione diretta agli stimoli è la più frequente, ma non può esaurire, da sola, le necessità educative dell’essere umano, soprattutto di chi ha bisogno di particolari attenzioni per esprimere le proprie risorse interiori.

Non c’è nulla nella nostra costituzione biologica che richieda il pensiero astratto, pensiero dipendente da processi mentali ad alto livello cognitivo come la comprensione, l’elaborazione e l’utilizzo di simboli. Tale pensiero emerge in risposta a bisogni interpersonali, che si esprimono fondamentalmente nella relazione tra una generazione e l’altra come trasmissione di valori culturali. E’ l’esperienza di Apprendimento Mediato a promuovere le funzioni che trascendono dai bisogni biologici dell’ individuo creando una grande varietà di comportamenti che si cristallizzano e formano la solida struttura su cui costruire gli apprendimenti futuri.

Mediazione della Trascendenza

Tra gli elementi che rendono una relazione educativa particolarmente significativa c’è l’aspetto che Feuerstein chiama Trascendenza.

Per promuovere la trascendenza il mediatore trasforma l’attività svolta in una serie di modelli di comportamento attraverso i quali il bambino può apprendere principi generali, utilizzabili al di là dell’evento immediato. Quando si troverà da solo avrà imparato ad utilizzare questi principi in situazioni diverse, li avrà fatti propri e non sarà più dipendente, per farne uso, dalla presenza di una figura di riferimento esterna. Gli obiettivi immediati dell’attività su cui si sta concentrando diventano il trampolino di lancio per obiettivi che trascendono il “qui e adesso”.

Attraverso la trascendenza l’evento  si stacca dal contesto nel quale si è prodotto e ne supera i fini immediati in favore di scopi più lontani, superando le necessità momentanee, allargando e diversificando, così, il sistema di bisogni del soggetto. La trascendenza è il ponte che collega attività ed idee in apparenza non correlate tra loro aumentando la flessibilità del pensiero e la capacità di astrazione. Si parte dai bisogni immediati per raggiungere obiettivi sempre più ampi e lontani, fornendo contemporaneamente gli strumenti per farlo.

Attraverso la trascendenza è possibile promuovere il pensiero astratto in vari modi. Si può, per esempio:

  • sviluppare, rafforzare e migliore il funzionamento cognitivo.

Collegando una certa attività o evento ad altre situazioni lontane nel tempo e nello spazio il bambino impara a porsi in relazione con qualche cosa che non è concreto e non può essere manipolato. Dovrà, di conseguenza, creare dei collegamenti sulla base di confronti interiorizzati ed avrà bisogno di utilizzare il pensiero rappresentativo e l’ immaginazione.

  • Sviluppare l’orientamento spazio-temporale

Ponendo interrogativi che si riferiscono al passato, che portano a fare confronti tra esperienze vissute nel presento ed eventi già trascorsi, il mediatore induce il soggetto ad utilizzare la propria memoria e ad imparare a costruire sequenze, a collocare gli avvenimenti in un continuum temporale che faccia riferimento a diverse componenti della realtà. Il bambino si renderà conto che, seppure ogni avvenimento è irripetibile perché collocato in un punto spazio-temporale unico, possiede, però elementi di continuità e di relazione con avvenimenti da lui già esperiti o che potrà immaginare nel proprio futuro.

  • Sviluppare il bisogno di capire

Quando si accompagnano le informazioni, le indicazioni, le consegne che si rivolgono al bambino con spiegazioni che chiariscono le motivazioni che sono alla base, si promuove il bisogno di supporto logico, si crea l’abitudine a cercare una spiegazione per gli avvenimenti che costellano l’esistenza. Il bambino imparerà a cercare autonomamente o con l’aiuto dell’adulto correlazioni causa – effetto e mezzo – fine, imparerà a porre ed a porsi domande in modo preciso e finalizzato arricchendo le proprie esperienze e le proprie conoscenze.

  • Comprendere i rapporti esistenti tra un’attività, un oggetto o un evento specifico ed il sistema al quale fa riferimento.

Spesso i bambini si relazionano ai singoli eventi come se fossero slegati dal contesto e non percepiscono le relazioni che li collegano gli uni agli altri. Ciò crea difficoltà nell’individuare le regole che governano il mondo e ad organizzarsi di conseguenza; attraverso la trascendenza il mediatore aiuta i soggetti ad individuare le relazioni che connettono i diversi stimoli dando loro un ordine logico, con un effetto rassicurante.

Per ottenere la mediazione della trascendenza è necessario:

  • Trovare una regola generale che sia applicabile anche ad altri contesti.
  • Collegare gli eventi del presente ad altri del passato o del futuro, certi o possibili, reali o fantastici.
  • Cimentarsi nel pensiero riflessivo con l’obiettivo di raggiungere una più profonda comprensione delle situazioni in cui si è coinvolti.
  • Riflettere in modo divergente sulle esperienze che si vivono e sugli argomenti che si trattano.
  • Collegare abilità acquisite in ambiti specifici, trasferendole ad altri contesti ed a situazioni di vita quotidiana.
  • Favorire l’acquisizione di un vocabolario ampio ed appropriato che permetta di creare collegamenti tra i diversi concetti.
  • Promuovere la ricerca di possibili cause e di possibili conseguenze di attività intraprese, cause e conseguenze che possono essere comuni a problemi dello stesso genere.
  • Collegare difficoltà presenti ad esperienze passate con l’obiettivo di trovare possibili soluzioni.

Ogni attività contiene potenzialmente elementi utili alla trascendenza e non è mai troppo presto per avviare i bambini a rendersene conto.


Fino agli anni 40, prima della scoperta e della diffusione della penicillina, il bambino era considerato un essere vivente che aveva un’altissima probabilità di non sopravvivere, un essere cui sarebbe stato imprudente legarsi troppo dal punto di vista affettivo e che non differiva sostanzialmente da una sorta di vegetale da nutrire e controllare, impegnandosi esclusivamente a farlo sopravvivere e rimandando ad una fase successiva ogni altra preoccupazione.

La stessa etimologia della parola “bambino” segnala un significato del termine che forse oggi nessuno sarebbe disposto a sottoscrivere. Bambino si lega etimologicamente a babbeo, in latino babbeus, che significa sostanzialmente”idiota”, incapace di articolare bene le parole. Per lungo tempo i bambini sono stati considerati poco più di bestioline senza parola e senza intelletto. forse anche senza anima, almeno secondo alcuni esponenti della filosofia scolastica. L’altissimo tasso di mortalità infantile portava a ritenere indispensabile mettere al mondo figli in quantità tale da aumentare la percentuale di coloro che avrebbero raggiunto l’età adulta. Ma proprio a causa della precarietà della sua esistenza il bambino era un essere cui sarebbe stato imprudente legarsi troppo; l’impegno, pertanto, era volto esclusivamente a farlo sopravvivere e rimandando a una fase successiva ogni altra preoccupazione.

 

prof.  Vittorino Andreoli

Direttore del Dipartimento di

Psichiatria di Verona Soave