“Chi sono io?” Il bambino alla ricerca della propria identità.

Le persone nascono con un’innata propensione al cambiamento: è un processo inevitabile, anche se spesso ne siamo ignari: perfino un adulto può non sentirne la piena responsabilità, i bambini di solito ne sono proprio inconsapevoli.

Nei primi anni di vita, quando l’”Io” è ancora alla ricerca di se stesso, i bambini, per creare l’immagine di sé, si basano molto su quanto recepiscono dal mondo circostante, in particolare degli adulti  significativi. Questo periodo viene definito l’” Io al lo specchio”, nel senso che l’”Io” si struttura su quanto viene letto negli occhi del referente. Se qualcuno vive in un’atmosfera che invia un messaggio implicito o esplicito, di inadeguatezza, crea di sé l’immagine dell’incapace, se, al contrario, percepisce fiducia nelle proprie possibilità, egli stesso creerà un concetto di sé come di persona abile ad ottenere successi. Quando i bambini sviluppano una serie di idee di “come sono” ci si adeguano.

Può succedere che chi si sente inadeguato assuma atteggiamenti di resistenza nei confronti di attività nuove, che rifiuti, quindi, proprio le situazioni che promuovono il cambiamento, rimanendo in quella che si potrebbe definire “zona comoda”, in cui il livello di competenza non viene mai messo in discussione. All’atto pratico, la “zona di distanza prossimale” è ridotta a zero.

Ogni percorso educativo comporta l’assunzione di qualche rischio. Non bisogna prefiggersi come obiettivo, per il rinforzo dell’autostima, di guidare una persona a seguire un percorso completamente privo di errori, perché ciò sarebbe fuorviante ed innaturale. Ciò che effettivamente aiuta ad aumentare la fiducia nelle proprie possibilità è il senso di competenza, cioè la consapevolezza di possedere gli strumenti cognitivi ed affettivi necessari ad affrontare e superare le difficoltà. Incontrare uno scoglio, incorrere in un errore e riuscire a superarlo fornisce una sensazione di successo molto maggiore che affrontare con facilità un percorso ovvio e poco stimolante.

Mediazione della Coscienza della modificabilità.


Feuerstein attribuisce al concetto di Modificabilità un tale rilievo da considerarlo il primo, fondamentale postulato della sua teoria. Egli sostiene, infatti, che un educatore[1] entra pienamente nel proprio ruolo quando condivide l’affermazione: “Gli esseri umani sono modificabili in meglio ed io sono in grado di modificarli”. Nella presentazione dei “Criteri della mediazione”, viene dedicato uno spazio particolare a promuovere la trasmissione della coscienza della modificabilità, elemento essenziale per la promozione di uno sviluppo armonico e, soprattutto, autonomo e consapevole.

 

La coscienza della Modificabilità può essere promossa evidenziando l’esistenza del potenziale dinamico che predispone al cambiamento e sottolineandone l’importanza ed il valore. Può essere paragonata alla capacità di stendere un grafico che riporti i propri successi ed i propri fallimenti. Il grafico disegnato fornisce un’indicazione del percorso che si sta seguendo, riportando le fluttuazioni positive e negative che sono individuali e dipendono dal contesto e dalla propensione personale. I tratti in discesa fanno parte del percorso e sono preliminari a futuri, nuovi progressi.

E’ più facile che una persona utilizzi al meglio le proprie abilità mantenendo i propri progressi, acquisendone di nuovi e trovando energia per superare gli insuccessi se:

  • riceve sostegno e incoraggiamento dagli altri
  • sa fin dall’inizio che cosa può rendere difficile il lavoro
  • si pone obiettivi realistici ma abbastanza complessi, facendo un passo alla volta
  • dedica del tempo a godere dei benefici degli obiettivi raggiunti
  • è capace di concedersi delle lodi e dei riconoscimenti da solo (non si basa solo sugli altri per notare i progressi e valorizzarli)
  • capisce che il fallimento è una parte del processo.
  • Vive positivamente i richiami degli adulti, rendendosi conto che non sminuiscono la fiducia che essi ripongono in lui.Facciamo l’ipotesi di dover richiamare un bambino a causa di un suo comportamento inadeguato o di dover correggere degli errori da lui commessi, come possiamo comunicarglielo senza ferire la sua personalità ed incidere sulla sua autostima?

Innanzi tutto è necessario inviare chiaro e forte il messaggio che si critica un comportamento specifico ma che egli, come persona, viene valutata sempre positivamente. E’ proprio la fiducia che si ripone nella sua capacità di migliorare, nella sua modificabilità positiva, ciò che ci spinge ad intervenire: se non fossimo convinti delle sue potenzialità non cercheremmo di dargli indicazioni. Esplicitiamo la fiducia che riponiamo in lui e parliamogli delle opportunità che avrà per dimostrarci quanto è bravo, ricordandogli qualche sua precedente attività di cui siamo molto fieri. Parliamo dei nostri sentimenti, sia quelli negativi, limitati in termini di tempo ed intensità e direttamente provocati dal suo attuale comportamento (tristezza, disappunto, delusione…) sia di quelli positivi, ampi e generali, che sono sempre presenti (affetto, fiducia, aspettative….).

Sentire intorno a se un’atmosfera di accettazione attiva e di fiduciosa aspettativa nei confronti dei suoi futuri cambiamenti lo aiuterà a “mettersi in gioco” di fronte ai rischi che un percorso complesso inevitabilmente comporta.


 

C’è chi considera l’intelligenza un’entità stabile, cioè qualche cosa di prestabilito, immodificabile, una realtà rigida a cui bisogna adattarsi ed entro i cui confini bisogna operare, altri la vedono come un’entità modificabile, cioè un elemento che è possibile sviluppare e modellare attraverso l’influenza dell’ambiente e l’impegno personale.

Chi ritiene l’intelligenza un’entità stabile tendenzialmente cerca di dimostrare a se stesso ed agli altri di essere adeguato alle aspettative, di conseguenza predilige compiti in cui vengono evidenziati i risultati ottenuti e rifugge dal rischio di insuccesso.

Per chi ritiene l’intelligenza un’entità modificabile lo scopo fondamentale, è, invece, quello di potenziare le proprie capacità; di conseguenza sceglie prevalentemente attività che evidenziano i processi e portano a maggiori competenze.

Correlati al concetto di intelligenza esistono due stili di risposta alle difficoltà incontrate nella risoluzione dei compiti:

  1. Lo stile orientato alla padronanza, che è caratterizzato dalla capacità di reagire ai problemi.  Le difficoltà vengono accettate come una sfida stimolante, gli insuccessi vissuti come un possibile passaggio nel percorso. Ciò promuove l’attivazione di strategie atte al loro superamento.
  2. Lo stile di impotenza caratterizzato dalla rinuncia e dall’evitamento del rischio in quanto l’insuccesso crea pensieri autodenigratori portatori di sofferenza psicologica.

Chi ritiene l’intelligenza un’entità modificabile tende ad assumere uno stile orientato alla padronanza, al contrario lo stile di impotenza è più frequente tra chi ritiene l’intelligenza un’entità immodificabile.

In una ricerca condotta da Chiu, Hong e Dweck[2], bambini di quinta elementare vennero suddivisi in due gruppi, uno con stile orientato alla padronanza, l’altro all’impotenza. E’ importante sottolineare che non c’era un’iniziale differenza nelle capacità reali, sia in senso generale rilevato tramite Q.I., sia nel senso di abilità in ambito specifico.

Vennero proposti otto problemi che tutti i bimbi erano in grado di risolvere, seguiti da altri quattro per i quali non avevano competenze sufficienti.

Tra le due fasi della ricerca, cioè dopo la somministrazione dei primi otto problemi, i ricercatori monitorarono le strategie utilizzate per la loro soluzione ed il clima emotivo che aveva accompagnato l’attività: risultò che i bambini dei due gruppi utilizzavano strategie analoghe e dimostravano uguale interesse per il compito. Le differenze emersero in seguito alla mancata soluzione dei quattro problemi troppo difficili.

Di fronte agli insuccessi i bambini del gruppo di impotenza cominciarono ad avere pensieri autodenigratori e ridussero drasticamente le loro aspettative di successo futuro, perdendo contemporaneamente interesse per il lavoro ed assumendo atteggiamenti ansiosi o di rifiuto. Inoltre in molti dimostrarono un chiaro decremento nel livello di strategie di problem solving, adottando spesso sistemi di soluzione improduttivi ed inefficaci.

Gli appartenenti al gruppo di padronanza, al contrario, non ebbero pensieri autosvalutanti non ritenendo gli insuccessi una dimostrazione della loro incapacità, ma si concentrarono nella ricerca di strategie diverse per testare nuove ipotesi, mantenendo alto sia l’interesse che le aspettative di successo. Ciò portò ad un impegno ancora maggiore che, se anche non produsse un diretto successo nella soluzione di quei determinati problemi, portò ad un miglioramento nella competenza generale di problem solving con l’acquisizione di tecniche risolutive sofisticate e complesse.


 

Un ultimo punto di grande interesse educativo è il fatto che l’opinione degli adulti significativi incide molto sul concetto che i bambini si creano sull’intelligenza: è nostro compito aiutarli a rendersi conto che la loro capacità di gestione della vita è modificabile e potenziabile. Concedendo fiducia e trasmettendo sicurezza, daremo loro in mano il potere di agire su se stessi e sull’ambiente in modo attivo e propositivo.


[1] Per educatore si intende qualunque persona sia coinvolta in una relazione educativa: genitori, insegnanti, psicologi, pedagogisti…

[2] Verso un modello integrato di intelligenza e personalità. In Personalità ed intelligenza a cura di Sternberg e Ruzgis

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