Per apprezzare pienamente il valore di un pensiero psicopedagogico della portata di quello di Feuerstein, è utile conoscere le circostanze in cui è nato e le motivazioni che ne hanno fornito la spinta iniziale.

Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale lo stato di Israele ancora in formazione ed in seguito appena nato, si trovò a dover integrare tra di loro ed inserire nella vita civile e sociale centinaia di persone (tra cui moltissimi bambini ed adolescenti) [1] provenienti da stati diversi che parlavano lingue diverse e che, nella maggior parte dei casi, avevano subito fortissime deprivazioni affettive e culturali: separazione dalla famiglia, allontanamento dal gruppo dei pari da cui si erano sentiti improvvisamente ed ingiustificatamente esclusi, persecuzioni e via dicendo. Nei casi estremi, ma non rari, provenivano da campi di concentramento e non solo erano privi delle più elementari basi culturali, ma erano annientati psicologicamente e moralmente dalle esperienze traumatizzanti che avevano dovuto subire, risultando apparentemente portatori di gravi ritardi mentali se non addirittura di handicap psichici.

Feuerstein, nella sua veste di psicologo incaricato dal governo di intervenire per ovviare nel migliore possibile dei modi alla difficilissima situazione, forte della sua convinzione che l’essere umano è modificabile e che la possibilità di intervenire esiste sempre, rifiutò l’idea di limitarsi a fornire un ambiente confortevole ai giovani in difficoltà, accettando in tal modo come immutabile la loro situazione di svantaggio. Il suo pensiero, basato sui concetti di Potenziale d’Apprendimento e di Modificabilità Cognitiva Strutturale, pretendeva un intervento dinamico e costruttivo.

Dopo una prima analisi dei comportamenti, dei problemi di ordine relazionale e delle possibilità cognitive manifeste, i ragazzi che presentavano le maggiori difficoltà, ragazzi spesso ritenuti  inaccessibili ad ogni tipo di intervento educativo, vennero scelti per usufruire di un programma particolarmente intenso che prevedeva il loro inserimento, suddivisi in piccoli gruppi, in villaggi (kibutzim) in cui avrebbero potuto vivere a contatto con giovani della loro età, in un ambiente molto sereno e rilassante ma allo stesso tempo ricco di stimoli tanto affettivi quanto culturali che dava loro anche la possibilità, in momenti e situazioni particolari, di collaborare alle attività del villaggio, facendoli sentire utili e partecipi. Punto focale del programma era la possibilità di avvalersi dell’Esperienza di Apprendimento Mediato secondo il metodo Feuerstein. Il successo  fu straordinario: quasi tutti i ragazzi riuscirono a superare le loro iniziali, enormi, difficoltà e dimostrarono di sapersi inserire affettivamente nell’ambiente e di poter sviluppare in maniera più che adeguata le loro possibilità cognitive. I risultati da loro ottenuti in alcuni tests dopo l’intenso periodo di supporto psicologico, dimostrarono livelli di funzionamento e di equilibrio personale che si avvicinavano alla “norma” e che erano comunque ben superiori a quelli di coetanei giudicati in condizioni migliori e non a rischio al momento della scelta iniziale.

Come spesso succede, teorie nate dall’impellente necessità di aiutare persone in situazione di grave disagio, risultano poi utili in maniera ancora più determinante per l’intera popolazione. Così il principio dell’Apprendimento Mediato risultò utile anche per potenziare le capacità mentali di ragazzi senza particolari carenze e, addirittura, per migliorare le prestazioni di adulti pienamente realizzati ed inseriti  nel mondo del lavoro.

Oggi il metodo ha una larga diffusione in ambiti anche molto diversi tra loro: dall’inserimento nei programmi di classi di ogni ordine e grado (dalle elementari alle superiori), al supporto per ragazzi portatori di handicap, al recupero di ragazzi con gravi disagi socio-culturali, alla qualificazione professionale dei quadri dirigenziali nelle aziende, alla preparazione universitaria dei docenti, al mantenimento delle capacità mentali di persone anziane.

Diventare un Mediatore Feuerstein non è un’impresa che si inventa da un giorno all’altro, ma neanche un percorso impossibile. In Italia esistono numerosi Centri Autorizzati che organizzano corsi di formazione per Mediatori, spesso finanziati dal Provveditorato se rivolti agli insegnanti di scuola statale. I 14 Strumenti del Programma sono suddivisi in tre livelli che, normalmente, vengono affrontati in tre anni: 5 Strumenti nel primo anno, 5 nel secondo, 4 nel terzo. Esiste da pochi anni un nuovo filone definito PAS basic che vede strumenti propedeutici al lavoro con il pas standard e strumenti rivolti alla sfera emozionale.

Al termine di ogni livello è possibile, anzi auspicabile, che il mediatore, se è un educatore che ha seguito il corso per utilizzare gli strumenti con i propri ragazzi, metta in pratica quanto appreso, perché è solo attraverso la messa in atto del metodo che è possibile capirne l’effettiva portata e preparasi in maniera consapevole ad affrontare i livelli successivi.

Al termine di questo percorso è possibile completare la propria preparazione, seguiti dal prof. Feuerstein in persona e dalla sua équipe.

Il Centro e l’Istituto accolgono decine e decine di giovani, prevalentemente con gravi problemi cognitivi e relazionali che non hanno trovato soluzione nei luoghi di provenienza (c’è una lista di attesa di oltre 500 persone) che, da ogni parte del mondo, vengono per avvalersi di una valutazione sul loro potenziale d’apprendimento al termine del quale verranno fornite indicazioni operative per potenziare le loro capacità di interazione con il mondo.

Le attività di Centro ed Istituto si diramano su tre filoni principali: ricerca, formazione e servizi rivolti al pubblico, i tre elementi sono costantemente correlati tra loro. Feuerstein, infatti, sostiene:

 

“Non esiste  ricerca senza formazione ed esperienza diretta di lavoro con i ragazzi e con le famiglie,  non esiste formazione senza preparazione teorica e pratica, non esiste teoria senza un contatto quotidiano con i ragazzi. Questa combinazione di teoria e pratica fornisce un grosso vantaggio rispetto alla semplice ricerca accademica: apprendiamo quotidianamente dai ragazzi con cui lavoriamo, dai loro genitori, dalle scuole e dei centri di riabilitazione coinvolti nelle attività. Creiamo ipotesi di lavoro che adattiamo mentre operiamo in base alle scoperte che vengono fatte, ai successi ed ai fallimenti.

Impariamo ad essere flessibili e dinamici producendo cambiamenti anche in noi stessi, tanto nella teoria che nella pratica”

 


[1] Il nascituro ed in seguito giovane stato di Israele, oltre all’impegno enorme coincidente con le leggi razziali e la seconda guerra mondiale, ha accolto ed integrato nella sua breve storia oltre 800.000 profughi espulsi dai paesi arabi.

 

Materiale riservato a cura di Jael Kopciowski